A pochi giorni dal primo anniversario dal crollo del ponte Morandi di Genova, avvenuto il 14 agosto dello scorso anno, sono in corso le indagini condotte da parte della Procura di Genova per appurare con certezza le cause del crollo, per poterne individuare quindi i responsabili.

Dalle risultanze di uno studio del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, che opera all’interno della Nasa nel settore delle sonde spaziali, sono emerse novità che possono far riconsiderare quelle che preventivamente erano state considerate le cause principali.

Nello studio viene appurato che la struttura portante del ponte aveva iniziato a deformarsi già a partire dal 2015, e cioè circa quattro anni prima del crollo, ed inoltre risulta anche che negli ultimi mesi prima del crollo le deformazioni erano addirittura aumentate. 

E’ stato scoperto il “precursore deformativo” del ponte Morandi grazie a notevoli e sofisticate tecnologie che hanno permesso di ricostruire un rilevamento in continuo del ponte grazie ad immagini satellitari ad elevata definizione. Le immagini del satellite acquisite nel corso degli anni, grazie ai dati storici del satellite Cosmo-SkyMed, sono state elaborate e confrontate tra loro misurandone successivamente i movimenti nel corso del tempo e le conseguenti deformazioni strutturali.

Si tratta quindi di studi e rilievi in grado di misurare deformazioni dovute a spostamenti dell’ordine del millimetro e quindi di notevole dettaglio, da cui si è appurato che il ponte aveva subìto le deformazioni più significative in numerose parti, in corrispondenza ed in prossimità del pilone numero 9 crollato, fra il mese di marzo del 2017 ed il mese di agosto del 2018.

In particolare si rileva che le oscillazioni verticali registrate all’altezza della “pila9 a partire appunto dal mese di marzo 2017 sono state in evidente e continuo ampliamento da quella data in poi. Le deformazioni appurate sono state costantemente superiori ai 5 centimetri, arrivando addirittura a toccare i 10 centimetri fra il mese di gennaio ed il mese di agosto 2018.

Questi movimenti possono considerarsi sicuramente indicativi di instabilità e di possibili cedimenti e se rilevati nei tempi giusti le informazioni avute da questo tipo di analisi potevano essere una valida indicazione che quella parte del ponte poteva essersi indebolita nel tempo e quindi potenzialmente a rischio crollo.

Da questo studio inoltre viene fuori quale possibile origine di tali deformazioni anche quella di deformazioni di tipo idrogeologico e geomorfologico dell’area delle fondazioni; i cedimenti dell’area di sedime avrebbero deformato ed indebolito il pilone, contribuendo a incrementare le tensioni che avrebbero poi fatto cedere i cavi di sostegno a seguito della variazione dei carichi da sostenere.

Anche se va precisato che l’utilizzo di questi dati di origine satellitare nella gestione del controllo delle infrastrutture, così come per eventuali fini probatori, non possono essere ritenute del tutto affidabili se prese come unica fonte, possono comunque ritenersi utili come opportuna base di efficaci approfondimenti di indagini.

Si deve considerare che molte delle infrastrutture viarie italiane sono state costruite negli anni ’60 – ’70 e si rifanno dunque a normative tecniche non adeguate agli utilizzi e ai carichi di esercizio attuali, e soprattutto carenti dal punto di vista della sicurezza geosismica, perché il contributo di questa disciplina non era contemplato dalle allora vigenti normative.

Per evitare che si ripetino tragedie simili, secondo il Consiglio Nazionale dei geologi e la Federazione Italiana Liberi Professionisti, è indispensabile attuare una seria politica di prevenzione dai rischi, finalizzata alla sicurezza ed alla pubblica incolumità dei cittadini solo attraverso un piano straordinario di manutenzione e messa in sicurezza delle opere esistenti e di tutto il territorio, puntualmente richiamato dopo ogni tragedia ma subito dopo sempre finito nel dimenticatoio

La situazione si presenta alquanto complessa in quanto una buona parte delle problematiche legate alle infrastrutture italiane sono determinate non solo da fattori della sola opera, ma anche da criticità geologiche, idrogeologiche e geomorfologiche ad essa collegate, per cui l’unica figura del professionista ingegnere non può essere considerata esaustiva per la verifica della sicurezza di questo tipo di opere pubbliche, ma deve essere affiancata da altri professionisti quali il geologo che dal canto suo può dare indicazioni utili per quanto riguarda le condizioni geologiche idrogeologiche e geomorfologiche delle aree destinate ad ospitare opere infrastrutturali al fine di definire la stabilità delle fondazioni o delle aree a contorno.

Conferire la giusta importanza al ruolo del geologo permetterebbe di attuare, in maniera compiuta ed efficace, tutte quelle azioni volte alla mitigazione dei rischi ambientali in tutte le fasi legate al settore delle costruzioni comprese quelle di una corretta manutenzione, che se ben attuata potrebbe scongiurare tutti gli eventi disastrosi.