Sarà capitato a tutti di pensare o dire “lo faccio dopo” nei confronti di impegni particolarmente noiosi o semplicemente routinari.

Di che cosa si tratta? Come già ci suggerisce il titolo siamo di fronte alla tendenza a procrastinare. Comunemente il termine ci rimanda alla tendenza a rimandare un’azione o a non portala a termine, ma non si riduce semplicemente a questo: difatti in psicologia la procrastinazione si riferisce a “quel comportamento che spinge a ritardare volontariamente un’azione nonostante prevedibili conseguenze future negative, optando quindi per il piacere di breve durata a costo dei benefici a lungo termine”, in altri termini è inteso come “l’atto di sostituire attività prioritarie e importanti con attività piacevoli o compiti meno rilevanti o urgenti” (C. Ajelli, C. La Spina, 2019).

Dunque è a tutti gli effetti una forma di evitamento che permette, almeno temporaneamente, di proteggersi da ansie e preoccupazioni o di affrontare la fatica che comporta e le altre emozioni e stati d’animo che ne possono derivare.

Naturalmente, però, non è sempre una situazione che deve destare preoccupazione perché, come è riportato all’inizio dell’articolo, capita a tutti di rimandare ad esempio una commissione o di non portare a termine un compito noioso.

Dunque quando la tendenza alla procrastinazione è da ritenersi patologica? Per rispondere a questa domanda ci dobbiamo riferire a parametri di frequenza, durata ed intensità, ossia valutare quante volte ci succede, in quali occasioni, se avviene sempre nei confronti delle stesse azioni e negli stessi ambiti oppure nei confronti dei più svariati contesti, ed infine quanto dura ad esempio la sospensione di quell’attività che non si riesce proprio a completare Se la procrastinazione diventa assidua, un’abitudine che fa costantemente rinviare l’inizio, la continuazione o il completamento di un’attività, può comportare diverse conseguenze su aree sempre più ampie della vita di un individuo a partire da quella lavorativa a quella relazionale e sociale. Inoltre può minare la fiducia in se stessi e diventare un ostacolo nella realizzazione dei propri obiettivi e desideri, dando luogo a un blocco emotivo e sociale con ansia connessa (C. Ajelli, C. La Spina, 2019).

Diverse teorie hanno fornito una spiegazione a questi tipi di comportamenti.

Per citarne una, il modello teorico cognitivo-comportamentale, che considera l’azione del rimandare come un problema di self-control o autocontrollo secondo cui atteggiamenti come ad esempio riman- dare di studiare oppure rinviare una commissione di lavoro rientrano negli eccessi comportamentali, mentre altri comportamenti come rinviare visite mediche o di fare attività fisica rientrano nei deficit comportamentali. Secondo tale punto di vista è importante capire il sistema gratificazione persona- le degli individui che tendono a procrastinare, i quali preferiscono mettere in atto comportamenti alternativi desiderabili per ottenere piccoli vantaggi e gratificazioni immediate invece di gratificazioni più grandi che comportano, però, attesa e impegno (V. Poerio, 2011).

Come possiamo notare il meccanismo responsabile del rimandare è piuttosto complesso, meccanismo in cui entrano in gioco componenti emotive e cogni- tive oltre che al comportamento, che danno luogo ad un circolo in cui si alternano dapprima noia, sfiducia, poi sollievo e infine senso di colpa, giustificazione, ecc. Vediamo dunque quali possono essere le maggiori cause e caratteristiche di chi tende a procrastinare Dryden W. (2001).

Una delle caratteristiche è il perfezionismo: il non sentirsi mai abbastanza pronti o preparati ad affrontare una situazione porta all’indecisione e ad un’impasse per cui la migliore soluzione in quel momento risulta proprio evitare e quindi rimandare; allo stesso modo la paura di scegliere o di preferire un’opzione piuttosto che un’altra può condurre a non saper valutare senza assumersi dei rischi, volendo essere sempre sicuri di fare la scelta giusta. La paura dell’insuccesso altresì contribuisce al rimandare infinitamente le cose che si vogliono fare, comportamento che in questo caso è sorretto dalla convinzione di fallire e pertanto non si può fare neppure un tentativo; al contrario anche la paura del successo può stimolare un atteggiamento di rinvio, ad esempio di fronte a prestazioni sportive dove vi è la convinzione opprimente che se si vince gli altri si aspetteranno successivamente sempre una vittoria, oppure è presente la sensazione e convinzione che quella vittoria non è meritata e verrà vissuta con senso di colpa, stress e ansia. Infine anche la rabbia è una componente frequente in chi procrastina, ed è attuata come reazione alla pressione esterna vissuta come troppo forte e quindi insostenibile.

In conclusione la procrastinazione può portare a conseguenze disparate fino a compromettere, in casi estremi, il funzionamento generale di chi la mette in pratica costantemente (F. Fiore, 2015).